La cura come forma di resistenza.
Quando i fiori avranno tempo per me, di Sara Gambazza
Recensione di Simona Perosce
“Io, dal finestrino della soffitta, vedo tutto ma, come dicevo, nessuno vede me, ed è una cosa che mi piace.”
Queste parole sono pronunciate da Ninfa, protagonista di Quando i fiori avranno tempo per me, il secondo romanzo di Sara Gambazza edito da Longanesi. Un libro che dopo Ci sono mani che odorano di buono (Longanesi, 2023) conferma la capacità dell’autrice di raccontare i più fragili con uno sguardo realistico e profondamente delicato.
Ambientato a Parma principalmente nel quartiere Oltretorrente il romanzo attraversa oltre vent’anni di storia italiana dal 1922 fino alla fine della Seconda guerra mondiale.
Romanzo di formazione, storico e racconto corale, l’opera possiede anche una dimensione autobiografica. Memoria familiare e invenzione narrativa in questo libro si incontrano dando vita a personaggi femminili di grande forza e complessità. Ninfa è il cuore pulsante della narrazione. Quando il racconto inizia è una bambina con una sensibilità fuori dal comune e un “dono” che le fa percepire l’odore della morte quando arriva a prendere qualcuno. “Le arrivò una zaffata di odore pungente, tanto intenso da spingerla a ritrarsi.[…] Arrivava con la morte.” Sara Gambazza ci conduce accanto a Ninfa nel difficile percorso verso l’età adulta. Attorno a lei ruotano personaggi indimenticabili come Anita, madre coraggiosa e anticonvenzionale marchiata dal pregiudizio ma capace di un amore assoluto. Rosa è sua sorella maggiore dalla personalità generosa e responsabile. Nel Bordello di Borgo della morte che diventerà la loro casa vivono zia Ida e i suoi figli Olga, Angelo e Quinto, insieme alle “belle” Fabia, Marianna e Pinna. Gambazza è magistrale nella caratterizzazione dei personaggi che risulta accurata a partire dai dettagli fisici, la stessa Ninfa ha un occhio storto che la distingue nelle espressioni e si accentua a seconda del suo stato d’animo. Anche le figure secondarie possiedono una voce riconoscibile e una profondità che le rendono vive sulla pagina. La maestra Vincenza, personaggio chiave nella formazione della ragazza, è autorevole e generosa. Padre Teodosio diventa il “frate delle bombe”. Ettore odora di sale.
La rappresentazione della famiglia qui non è fondata sui legami di sangue ma sulla scelta reciproca, sulla solidarietà e sulla cura. Il bordello in cui vivono Anita, Rosa e Ninfa si trasforma progressivamente in un luogo di accoglienza abitato da persone che si sostengono a vicenda e costruiscono una forma alternativa di appartenenza.
La cura è forse il tema più profondo del romanzo. Cura come gesto quotidiano e come responsabilità verso l’altro, come forma concreta di amore. È presente nel sentimento materno di Anita, si manifesta nella figura gentile e accogliente di Vittorio.
“Le cose storte noi le sappiamo drizzare. Con l’onestà nostra, che vale come quella di tutti, anche quando ci guardano da sotto in su.”
Il romanzo non cede mai alla disperazione. L’umanità che abita queste pagine è ferita ma conserva sempre una straordinaria capacità di risollevarsi e di amare. La luce prevale sul buio.
“Alle botte le donne dell’Oltretorrente erano abituate, avevano la pelle spessa, le ossa di marmo.”
La rievocazione di episodi storici realmente accaduti è precisa e accurata, come l’assalto ai furgoni del pane da parte delle donne dell’Oltretorrente che strette dalla fame e dalla necessità diventano protagoniste della storia collettiva del loro quartiere e della loro città.
Il romanzo è diviso in cinque parti: Il borgo, Il bordello, La guerra, Vittorio, La verità. Quarantotto capitoli brevi conferiscono ritmo e scorrevolezza alla lettura. La maggior parte della narrazione è in terza persona ma diversi capitoli danno direttamente voce a Ninfa attraverso la prima persona, creando una maggiore vicinanza emotiva e permettendo al lettore di entrare nella sua interiorità.
La scrittura ha uno stile realista, ricco di dialoghi con espressioni dialettali che danno colore e autenticità all’ambientazione e ai personaggi senza risultare artificiosi. La prosa è semplice ed espressiva e sa evocare con naturalezza immagini incisive e momenti di forte intensità emotiva.
Il titolo richiama la celebre poesia Io sono verticale di Sylvia Plath ed è come un grido di fragilità che preannuncia la tensione costante tra il dolore di vivere e la ricerca della quiete che attraversa tutto il libro.
Con Quando i fiori avranno tempo per me Sara Gambazza costruisce un affresco storico e umano degli “ultimi” che trova nella cura e nella solidarietà femminile la sua verità più profonda.
Ciò che commuove e non si dimentica di questa lettura è il calore delle relazioni che la penna gentile di Sara Gambazza mette al centro del racconto.
