“E vissero felici e contenti a fianco ad una casetta per i libri…”

“E vissero felici e contenti a fianco ad una casetta per i libri…”

di Elisa Morandi e Federica Merli

 

“C’era una volta”…mi piace iniziare questo articolo così perché quella che vi racconteremo è proprio la favola di Scambiamente…e allora sedetevi comodi, ascoltate con gli occhi e guardate con le orecchie la storia dell’Associazione SCAMBIAMENTE aps …vi assicuro che il finale non sarà scontato!

C’era una volta, a Traversetolo, SIMONA PEROSCE (presidente di SCAMBIAMENTE ma allora… ancora non sapeva che lo sarebbe diventata…) che, in un fresco pomeriggio di luglio, del 2018, inaugura una casetta di legno per lo scambio libero di libri (in inglese book crossing) e la appende alla ringhiera del condominio dove vive, in via ALCIDE DE GASPERI,11.

L’inaugurazione prevede letture ad alta voce accompagnate dall’incanto e dallo stupore dei bimbi e bimbe presenti ma anche degli adulti … sì perché, si sa, quando leggi una favola il tempo si ferma e gli adulti ritornano bambini.

Quello delle favole, lette ad alta voce, è tempo dedicato all’ascolto, alla fantasia, alla condivisione, al divertimento…un tempo lento, denso di emozioni, pieno di tutto quello che oggi sempre di più si sta perdendo, dimenticando…

 

È un tempo dedicato all’ACCOGLIENZA di tutti, eh sì, proprio di tutti perché, quel pomeriggio, si leggono storie in tutte le lingue del MONDO, in tutti i modi possibili in cui è possibile comunicare: dalla lingua dei segni (LIS) al BRAILLE fino ad arrivare alla CAA (comunicazione aumentativa alternativa)!

Nasce così la casetta numero UNO…il numero cari lettori e lettrici è necessario, perché’ ad oggi più di 50 casette sono nate dalle mani sapienti di nonni e nonne, da artigiani e artigiane del legno, da bambini e bambini, dagli ALPINI, da vicini di casa, da laboratori socio-occupazionali, da associazioni, da CRAL aziendali e, da questa estate, anche dal laboratorio di falegnameria della comunità di BETANIA!

 

Questo è il CONTAGIO che piace alla nostra associazione la cui missione è seminare BELLEZZA, GENTILEZZA, CORAGGIO, AMORE per la lettura.

Le casette sono molto di più che semplici luoghi di scambio di libri: sono luoghi magici perche’ creano dei legami tra persone, luoghi e pensieri così profondi da poter attraversare il mare dell’incertezza con una nave solida, chiamata ENTUSIASMO, con remi resistenti, chiamati IDEE; come áncora, la GENTILEZZA.

Destinazione? INFINITA BELLEZZA.

 

L’ Associazione è formata da un direttivo tutto al femminile, 4 anime, 4 donne visionarie a tratti, folli per altri, SIMONA, ELISA, LISA, FEDERICA. Perché folli? Perché’ non hanno paura di inseguire i loro sogni …e se ne hanno la superano INSIEME.

Insieme tra loro, ma anche attraverso la stima e l’amicizia di TUTTE le realtà incontrate durante la nascita delle casette!

La forza di SCAMBIAMENTE: creare ponti invisibili ma solidi allo stesso tempo.

“Come è possibile? “direte vo, lo è perché’ si creano da Cuore a Cuore.

“L’ESSENZIALE E’ INVISIBILE AGLI OCCHI” cit. IL PICCOLO PRINCIPE di Antoine de SAINT-Exupéry

Non è facile “ABITARE POETICAMENTE IL MONDO” ma tentare tutti i giorni, con passione, entusiasmo, tenacia, ottimismo ne vale SEMPRE la pena! Perché’ quando poi il sogno si realizza diventa la REALTA’ PER TUTTI e non solo per chi lo ha sognato.

Il viaggio insieme alla COMUNITA’ DI BETANIA e’ appena iniziato…l’equipaggio e’ pronto, il vento e’ buono, la direzione? La decideremo INSIEME!

Vi aspettiamo numerosi e numerose all’inaugurazione della casetta che sara’ costruita da BETANIA per la loro comunità!

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Recensione a cura di Federica Merli del libro “Luoghi Comuni”, di Francesca Tamani

“Luoghi comuni” di Francesca Tamani

di Federica Merli

 

“L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile”…ecco, ogni tanto dovremmo tutte trovare il coraggio di lasciare che questo messaggio diventi, per un po’, la colonna sonora di certi momenti, e risuoni nelle orecchie di chi ci dà “troppo per scontate, come incolori di un luogo comune”.

Messaggio che si ripeta pure ad ogni chiamata, fino a quando ognuna di noi avrà ritrovato il coraggio di strappare quel post-it con scritto “Torno subito”, promemoria che un giorno abbiamo lasciato a noi stesse quando siamo diventate mogli, madri, lavoratrici, “donne troppo abituate a controllare, gestire, pianificare; donne che non conoscono più il gusto della leggerezza né il piacere dell’evasione.”

E poi, all’improvviso ci ricordiamo di quel post-it rimasto attaccato come promemoria per troppo tempo, dimenticato, nascosto sotto una vita scandita “da programmi e tabelle di marcia da seguire alla lettera”.

Pagina dopo pagina, racconto dopo racconto, Francesca Tamani, nel suo libro “Luoghi comuni” ti accompagna in questo “viaggio nell’universo femminile attraverso luoghi comuni”.

Un viaggio in cui ognuna di noi si riconoscerà in Zoe, Vittoria, Francesca, Giorgia….donne alle prese con la vita di tutti i giorni che “non conoscono più il gusto della leggerezza né il piacere dell’evasione” ma che, proprio all’interno della monotonia di queste vite fatte di giornate tutte uguali, ad un certo punto, trovano la forza di cambiare “di gettare all’aria il cappello, di iniziare a respirare, di lasciare un marito distratto, di scappare da un capufficio opprimente, di chiudere la porta di casa e fare un viaggio completamente sola”.

Storie di donne, storie di resilienza, storie di chi decide che è giunto il momento di chiudere la porta di casa, di fare un viaggio per ritrovare sé stessa smettendo di venire a patti con una realtà troppo stretta…

…”l’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile”.

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UNA STANZA IN CUI SCOMPARIRE: “ROSA SPINACORTA” DI MARIO FERRAGUTI

Una stanza in cui scomparire: “Rosa spinacorta” di Mario Ferraguti

di Simona Perosce

 

Avevo quattordici anni quando vidi mia zia regalare il suo abito da sposa ad una suora. Mentre lo riponeva nelle mani della religiosa, piangeva. Non riuscivo a comprendere il significato di quel gesto e di quelle lacrime.

“La zia ha fatto un voto e sta donando il suo vestito ai Santi Medici per la grazia ricevuta!” disse mia madre. Eravamo a Oria, nel santuario di San Cosimo alla Macchia, uno tra i più importanti luoghi di culto e di devozione della Puglia, dedicato ai Santi Medici Cosma e Damiano, martiri.

I miei nonni materni mi portavano spesso con loro a visitarlo. Ricordo la chiesa sempre gremita di persone e le due statue lignee dei Santi in fondo alla navata centrale. Il nostro pellegrinaggio non si concludeva mai senza visitare la grande sala esterna, in cui c’erano centinaia di oggetti d’argento raffiguranti parti del corpo umano offerti dai fedeli per le grazie ricevute.

Leggere Rosa spinacorta di Mario Ferraguti mi ha riportata indietro nel tempo, facendomi riaprire quella stanza piena zeppa di ex voto, che esercitava su di me grande meraviglia e mistero. L’ultimo romanzo appena pubblicato dalla casa editrice indipendente Exòrma (nella collana quisiscrivemale) dell’autore parmigiano, che nella sua produzione letteraria precedente ha raccontato con suggestione e realismo un Appennino pervaso dalla magia e da figure mitologiche, si ispira alla storia vera di una delle ultime donne vestitrici mariane. Tecla, orfana allevata e istruita dalle suore in un convento della Bassa, viene scelta quando è ancora una bambina, per vestire la Madonna della rosa spinacorta. L’anziana depositaria e incaricata dell’antico rito della vestizione della statua della regina è la misteriosa donnadischiena che, prima di congedarsi da questo incarico e dalla vita, diventa la sua insegnante e le consegna tutti i segreti per diventare abile e degna di questo compito. Primo fra tutti l’invisibilità: vestire la regina vuol dire trasformarsi in niente, scomparire. Violare questa regola è gravissimo e imperdonabile, la pena è l’inferno, che la donnadischiena conserva in tasca su un foglio di carta spiegazzato.

L’autore ci conduce all’interno del convento, fra i segreti delle suore, lentamente ci fa salire uno ad uno i gradini che giungono in alto sino ad una porta e ci fa entrare nella penombra di una stanza che a Tecla fa paura perché buia e piena di armadi con i corredi femminili, dove dimora la statua della Madonna: un corpo ligneo con un volto dipinto, i cui occhi sono privi della scintilla di vita. Attraverso il racconto in prima persona ci rivela i moti dell’animo della bambina.

“In quella stanza, trampolino per il cielo, non ci riuscivo a entrare; sentivo mille passi, vedevo mille occhi, mille rumori di niente e di nessuno, quel posto era proibito anche a don Sergio. Vestire la Madonna, che è femmina, è un onere e un privilegio riservato alle suore.”

Vestire la regina con abiti fatti di tessuti ed elementi naturali ricercati come gli aculei di istrice, truccarla con i pigmenti, curarla, proteggerla, parlarle, recitarle filastrocche significa donarle la propria vita. Tecla non deve rivelarlo a nessuno, con spirito di devozione deve custodire questo segreto dentro di sé. Cresce e il suo corpo cambia diventando sempre più femminile. Impara che non si devono mostrare le vergogne, perché è peccato e non si deve mai cadere in tentazione.

Il racconto, impressionista nel contenuto, scorre lentamente nella prima parte per diventare  più veloce e dinamico nella seconda, quando la ragazza, superando la paura dell’inferno ed i propri sensi di colpa, si spinge fuori dalla stanza della regina, dal convento, dal paese e dal sistema di regole trasmesse dalle monache, esponendosi alla luce e all’ignoto, abbandonando la penombra familiare e l’atmosfera sommessa in cui è cresciuta. Questa transizione dal dentro al fuori, dall’esplorazione intima di sé a quella del mondo esterno, dalla non esistenza alla consapevolezza della propria presenza nel mondo, avviene a causa di un evento, una frattura da cui scaturisce la vita e la morte. Una celebre frase di Leonard Cohen recita: “C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra luce”. Tecla si mette in viaggio e giunge fino a Gualtieri, dove incontra il pittore Antonio Ligabue, ”il pittore matto o il tedesco”, come tutti lo chiamano, che quella crepa ce l’ha addirittura sulla faccia, da cui è ossessionato.

Non era alto, sembrava quasi calvo, un naso fatto a becco d’aquila e una ferita scura sulla tempia.

Il pittore Ligabue.

Poteva essere solo lui; braghe marroni di fustagno e occhi liquidi, agitati di chi cerca ma impauriti e selvatici, pronti a scappare, rintanarsi”.

La narrazione, non suddivisa in capitoli, si sviluppa come un corpo unico in cui religione, magia, liturgia e misticismo si amalgamano fra di loro nonostante siano agli opposti.

Ci sono altri personaggi ed eventi che abitano le pagine di Rosa spinacorta e si muovono nel racconto seguendo il ritmo della prosa di Mario Ferraguti, dall’inconfondibile stile che unisce   incanto poetico e realismo antropologico. È come se fossero tutti elementi di un quadro il cui soggetto principale è un ritratto femminile in chiaroscuro.

 

Romanzo: Rosa spinacorta

Autore: Mario Ferraguti.

Casa editrice: Exòrma.

Pagine: 175

Euro16,00

 

 

 

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LIBERaVOCE – Festa della Lettura ad Alta Voce

LIBERaVOCE – Festa della Lettura ad Alta Voce

Dal 13 al 22 maggio prende il via a Parma la prima edizione di – : un progetto organizzato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Parma insieme alle altre realtà aderenti al “Patto di Parma per la Lettura” e in collaborazione con numerosi altri soggetti del territorio che operano nel mondo dell’editoria e della promozione culturale.

La manifestazione, dedicata al ricordo di Giuseppe Marchetti, grande critico letterario parmigiano recentemente scomparso, avrà la sua cornice nell’affascinante e non solo!

Per dieci giorni decine di appuntamenti gratuiti aperti a tutti tra incontri con autori, reading poetici, presentazioni di libri, conversazioni, letture sceniche, tavole rotonde e numerose occasioni, tra letture e laboratori, dedicate a bambini e scuole.

In questa occasione SCAMBIAMENTE insieme a PARMA CULTURA DIGITALE ha pensato ad un appuntamento pomeridiano all’interno del bellissimo giardino dell’Associazione Anmic Parma in via STIRONE 4

LUNEDI’ 16 MAGGIO ORE 17:15

“Su tre ruote: casa, amore e fantasia”

Le storie arriveranno con la MAGICABICI dell’Associazione Polisportiva Gioco Parma per incantare grandi e piccini…

raccontate con la voce, il braille, la lingua dei segni e la comunicazione aumentativa alternativa!

Vi aspettiamo numerosi!

Cepdi

Il Semaforo Blu – Libreria per bambini e ragazzi

SP ENS Parma

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Parma

Anmic Parma

PARMA CULTURA DIGITALE

Il programma completo del festival si può consultare su www.biblioteche.comune.parma.it

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Inaugurazione “casetta” Villa Ester

Inaugurazione “casetta” di Villa Ester

Sabato 14 maggio alle 11,00 nel giardino di Villa Ester a Parma vi racconteremo il progetto ABC – Adotta il Book Crossing nato nell’ambito del bando 2021 Leggere crea indipendenza, di FONDAZIONE CARIPARMA , che vede unite l’Associazione Scambiamente e l’Associazione Parma Cultura Digitale. Leggeremo ad alta voce, ascolteremo gli allievi del corso di lettura interpretata tenuto dal bravissimo Andrea Gatti di GAF Comunicazione e festeggeremo insieme la nuova casetta dei libri Scambiamente per il book crossing di Villa Ester.

Vi aspettiamo numerosi!

Nel frattempo, scaricate la app per smartphone Le casette dei libri e cercate nella mappa delle casette quella più vicina a voi!

Scambiamente

Parma Cultura Digitale

Fondazione Cariparma

Le casette dei libri

Villa Ester, Casa del Quartiere

GAF COMUNICAZIONE

CSV Emilia – sede di Parma

Gruppo Scuola

Gruppo Cooperativo COLSER – Auroradomus

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La libreria delle storie sospese

La libreria delle storie sospese

di Cristina di Canio

recensione di Federica Merli

“Qui, tra i sogni, le storie si moltiplicano. Da quando un cliente ha avuto l’idea di lasciare un libro in regalo per l’avventore successivo, il locale si è riempito di persone. Così tutti hanno almeno una storia da regalare agli altri e tutti vogliono lanciare un messaggio, parlare, incontrarsi. E magari anche innamorarsi. 

 

Ho scelto di leggere questo libro affascinata da quell’aggettivo “sospese” che accompagna le storie e dall’idea che evoca, quella di lasciare storie per altri lettori, storie tanto amate da desiderare fortemente che un altro ne possa assaporare la bellezza. 

Nella libreria di Nina, una libreria indipendente un luogo che definiresti magico, piccolo e accogliente, dalle pareti lilla, si possono lasciare libri sospesi che vengono acquistati da qualcuno per essere regalati al cliente successivo, accompagnati da una dedica che spiega il motivo di quella scelta. 

In questa libreria si incontrano tante storie, quelle di chi entra per scegliere un libro, di chi si lascia guidare, nella scelta, dai consigli di Nina, sempre pronta ad accogliere con gentilezza chi entra nella sua libreria; di chi si innamora grazie a un libro; ma anche storie di quartiere, di amicizie… 

 

Qui, in questa “scatola lilla” abitata dai libri, la vita di Nina, una ragazza che ha mollato tutto per aprire questa minuscola libreria, si intreccia a quella di Adele, un’amica avanti negli anni, arrivata al Nord tanti anni fa, negli anni del dopoguerra, accanto a suo marito Domenico. 

Adele che, da quando non c’è più Domenico, per combattere la solitudine, si rifugia nella libreria di Nina e, presenza silenziosa, seduta sulla poltrona vede passare la vita, la sua, quella di Nina e quella di tutte le persone che entrano in libreria, la osserva e la racconta. 

 

È proprio di Adele, la voce narrante del romanzo, è lei che ci racconta la storia di Nina, dei suoi amori disastrosi, dei suoi incontri, dei suoi aneddoti. 

E gli occhi con cui Adele guarda Nina sono gli occhi materni di una donna che rivede in quella giovane ragazza la propria vita e, così, il passato di Adele si fonde con il presente di Nina in un racconto che ti incanta e ti fa sognare pagina dopo pagina.

 

Finito il libro vorrete anche voi, come me, entrare nella libreria di Nina, respirare aria di famiglia seduti su una poltrona, circondati da pareti lilla a sfogliare un libro…magari lasciato in sospeso proprio per voi.  

E chissà che un giorno non possiate farlo, magari andando a trovare Cristina di Canio, autrice del libro, nella sua libreria “Il mio libro”, una libreria dalle pareti lilla, una libreria indipendente in via Sannio, a Milano, nella periferia sud della città, un posto speciale dove le persone non sono semplici, anonimi clienti, “ma lettori, amici, vicini, con un volto e una storia”. 

 

Nella sua “scatola lilla” Cristina organizza incontri con gli scrittori e rassegne, consiglia libri e ne parla a tutto tondo, fedele a quel sogno che l’ha spinta a fare il grande salto, quello di lasciare “il posto fisso” per inseguire il sogno di Cristina bambina che alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?”, ha sempre risposto “La libraia!”. 

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Accogliere è come respirare

Accogliere è come respirare

di Simona Perosce

Uno degli aspetti più belli di avere amiche che condividono con te la passione per i libri, è l’opportunità di scoprire pagine che chissà, forse non avresti mai sfogliato

Caterina da quando è in pensione fa la volontaria in una piccola biblioteca di Parma.

È felice di avere finalmente molto tempo a disposizione per dedicarsi ai suoi interessi: leggere, andare a teatro e al cinema, visitare musei, viaggiare.

Grazie a lei è avvenuto il mio incontro con un libro che amo e al quale torno spesso in questi giorni a pensare, per ritrovare la speranza.

Un giorno della scorsa estate mi ha raccontato di aver proposto alla biblioteca di quartiere in cui è volontaria, la creazione di un piccolo gruppo di lettura coordinato da lei. Le ho domandato quale fosse il primo titolo scelto. “Nel mare ci sono i coccodrilli, di Fabio Geda” ha risposto.

A distanza di poche settimane ho ricevuto una donazione di libri per la rete di Book Croossing Scambiamente. Mentre li distribuivo, ne ho visto uno con la copertina blu e l’immagine di un ragazzino, in piedi sopra un coccodrillo, vestito di bianco, scalzo, con in mano una valigetta. Leggendo la scritta in alto ho pensato a Caterina: “Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari.” È proprio vero che alcuni libri sono destinati a noi, sanno come farsi scovare e trovano sempre il modo di raggiungerci! Così ho accolto queste nuove pagine che sono venute a cercarmi.

È stata una lettura intensa e toccante. È la storia vera del giovane profugo Enaiatollah, che in fuga da Nava, il suo paese natale in Afghanistan, è miracolosamente arrivato in Italia sano e salvo dopo quello che molti chiamano “il lungo viaggio della speranza”, all’inizio degli anni duemila.

È un romanzo di formazione con la struttura che a tratti è quella del monologo interiore e a tratti quella dell’intervista/chiacchierata tra Enaiat e Fabio Geda. L’autore è riuscito con delicatezza a farsi portare per mano dal ragazzo, passo dopo passo, nei corridoi intrisi di dolore della sua memoria, faticosi da ripercorrere. La narrazione è scorrevole. Le vicende sono raccontate con lo stile semplice di una voce bambina,  infantile e allo stesso tempo consapevole e colma di quella saggezza autentica, non ostentata, di un cuore che ha sofferto ma che non ha mai abbandonato la speranza di costruirsi una vita migliore, lontana dalla violenza e dalla repressione.

“Il fatto, ecco, il fatto è che non me l’aspettavo che lei andasse via davvero. Non è che a dieci anni, addormentandoti la sera, una sera come tante, né più oscura né più stellata, né più silenziosa o puzzolente di altre, con i canti di muezzin, gli stessi di sempre, gli stessi ovunque a chiamare la preghiera dalla punta dei minareti, non è che a dieci anni – e dico dieci tanto per dire, perché non è che so con certezza quando sono nato, non c’è anagrafe o altro nella provincia di Ghazni – dicevo: non è che a dieci anni, anche se tua madre prima di addormentarti, ti ha preso la testa e se l’è stretta al petto per un tempo lungo, più lungo del solito e ha detto: Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiat jan, per nessun motivo.”

Nell’incipit il protagonista racconta le tre regole che sua madre gli ha consegnato come mappa morale da seguire fedelmente durante il suo cammino.

Non drogarti, non usare le armi, non rubare.

Questi tre punti cardinali lo guideranno in questo viaggio e in tutta la sua vita.

“Anche se tua madre dice cose come queste e poi, alzando lo sguardo in direzione della finestra, comincia a parlare di sogni senza smettere di solleticarti il collo, di sogni come la luna, alla cui luce è possibile mangiare, la sera, e di desideri – che un desiderio bisogna sempre averlo davanti agli occhi, come un asino una carota, e che è nel tentativo di soddisfare i nostri desideri che troviamo la forza di rialzarci, e che se un desiderio, qualunque sia, lo si tiene in alto, a una spanna dalla fronte, allora di vivere varrà sempre la pena – be’, anche se tua madre, mentre ti aiuta a dormire, dice tutte queste cose con una voce bassa e strana, che ti riscalda le mani come brace, e riempie il silenzio di parole. Lei che è sempre stata così asciutta e svelta per tenere dietro alla vita, anche in quell’occasione è difficile pensare che ciò che ti sta dicendo sia: Khoda negahdar, addio.”

Enaiat partendo dall’Afghanistan fa diverse tappe prima di raggiungere l’Italia: Pakistan, Iran, Turchia e Grecia. Sopporta grandi difficoltà e dolori, lavora duro, scappa, si nasconde, cammina con perseveranza e coraggio, gioca, soffre, vede la miseria, assiste alla alla morte di molta gente, ma conosce anche persone gentili, trova amici.

Durante il suo viaggio incontra i trafficanti, sciacalli che si nutrono della disperazione delle migliaia di migranti che scappano dalla propria terra sopraffatta dalla brutalità. Nonostante tutto non perde mai la fiducia in sé stesso e  nell’umanità, anche grazie ad atti di generosità e buon cuore da parte di sconosciuti in cui si imbatte. Continua con caparbietà, pur nelle situazioni più buie, ad alimentare e tenere accesa quella fiammella, quel piccolo fuoco che si porta dentro chiamato speranza.

Oggi Enaiatollah vive a Torino, dove ha studiato e lavora.

In questi giorni più che mai penso a questo libro e a quanto sia attuale: molti profughi di tutto il mondo in fuga dalle dittature e dalle guerre coltivano il sogno di una vita migliore in Europa, viaggiano a piedi e con tutti i mezzi disponibili.

Pochi mesi fa i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan imponendo il proprio regime spietato, in barba ai diritti civili, sotto gli occhi sconcertati e inermi dei media e di tutti noi.

In Ucraina c’è una guerra in corso, l’ennesima che affligge il mondo. Milioni di uomini, donne e bambini ogni giorno abbandonano la propria casa e la propria terra in cerca di salvezza.

Eppure una speranza c’è, fatta di tanti piccoli gesti di gentilezza, empatia, coraggio, generosità, amore, altruismo. Una moltitudine di piccole gocce che tutte insieme possono fare la differenza e diventare un oceano chiamato pace. Enaiat ce lo ha mostrato nel racconto del suo viaggio, ecco perché Nel mare ci sono i coccodrilli è una lettura necessaria, che predispone all’accoglienza e all’ascolto di chi bussa alla nostra porta. Ci dà l’occasione di fare un esercizio importante: quello di mettersi nei panni di chi scappa per salvarsi. Aprire quella porta non è così difficile, non è impossibile.

Accogliere è un atto profondamente umano, naturale come respirare.

“Come si fa a cambiare vita così, Enaiat? Una mattina. Un saluto.

Lo si fa e basta, Fabio. Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.”

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La Formula di Jane Austen

La Formula di Jane Austen

commento di Federica Merli

Quando, in prima elementare, ho scoperto l’esistenza delle lettere, dei loro suoni; che le lettere unite tra loro formavano le parole e che le parole che vedevo stampate nei libri avevano un significato e che a pronunciarle una dopo l’altra veicolavano un messaggio…insomma da quando ho imparato a leggere e scrivere, non mi sono più fermata.

Divoravo libri e, pagina dopo pagina, visitavo mondi, conoscevo persone, provavo emozioni che rimanevano per sempre nella memoria.

In questi viaggi fantastici, in queste storie senza tempo ho conosciuto e letto i romanzi di scrittrici che nascondevano la loro vera identità dietro pseudonimi maschili perché, in quel tempo lontano, era sconveniente che una donna scrivesse.

Sconvolgente se pensiamo che oggi ognuna di noi può scrivere e pubblicare sui social qualsiasi pensiero anche accompagnandolo, perché no, da un selfie, mettendoci letteralmente la faccia…in quel tempo no, se una donna amava scrivere e provava a farlo, non poteva pubblicare col suo nome ma doveva nascondersi dietro nomi maschili, inventati.

È così che mi sono appassionata a queste donne, che sono state orgogliose di esserlo, che rivendicavano i loro diritti e il loro ruolo all’interno della società; scrittrici coraggiose, determinate, appassionate che ad ogni lettura ci parlano dell’importanza di essere se stesse!

Ho iniziato a leggere i loro romanzi, uno dopo l’altro: era il mio modo per ringraziarle, per dir loro che quei romanzi tanto desiderati, voluti e creati erano giunti fino a noi, erano diventati storie senza tempo, scritte in un passato lontano ma così audacemente moderne. Ho inaugurato il mio viaggio lasciandomi guidare da Emily Bronte, “Cime tempestose” e poi Jane Austen, “Orgoglio e Pregiudizio” …

Ed è proprio Jane Austen che ho incontrato, dopo tanto tempo, quest’anno, l’ho incontrata grazie ad una scrittrice che ha intrapreso un viaggio tra passato e presente lasciandosi guidare proprio da lei.

Quest’anno, durante le feste di Natale, mi sono imbattuta in un libro, il cui titolo ha catturato la mia attenzione e tutta la mia curiosità: “La formula di Jane Austen” di Francesca Tamani (Kriss Editore).

Ecco ritornare, in tutta la sua modernità la nostra Jane, a prenderci per mano e ad accompagnarci in un viaggio in cui il passato ha molto da insegnare al presente.

L’autrice del libro è Francesca Tamani, docente di lingua e letteratura inglese e francese nella scuola secondaria, che vive e lavora a Parma.

Questo suo libro è una raccolta di racconti brevi che partono da un aforisma di Jane Austen:

“Ricordate del passato 

solo ciò che vi fa piacere”

Una frase che l’autrice trasforma in “La formula di Jane Austen” che tutti noi dovremmo applicare alla vita di tutti i giorni fino a farla diventare un nuovo modo di vedere le cose.

“…ci trasciniamo, come un sacco pieno di pietre un passato ingombrante. Ricordi, rimpianti, rimorsi, persone, luoghi, emozioni che non ci vogliono abbandonare e che si insinuano nella nostra mente come un subdolo nemico che ci prosciuga energie. Per questo motivo dovremmo applicare la “formula” di Jane Austen e sbarazzarci di tutto quello che ci ha fatto soffrire, che ci ha umiliato e che ci ha resi fragili e insicuri. Dimenticare chi ci ha fatto piangere o chi non si è presentato a quell’appuntamento. Liberarci delle offese, dei torti subiti o dei pettegolezzi sussurrati sottovoce alle nostre spalle. Insomma, guardare al passato con occhi nuovi provando a salvare ciò che di bello ci è capitato e trarre da quei momenti una piccola gioia. Una sorta di barattolo della felicità dal quale pescare uno ad uno solo i momenti degni di essere ricordati, rivissuti, riassaporati.

Trattenere luoghi, profumi, sensazioni, pensieri che ci hanno procurato gioia e serenità mescolandoli insieme come in una formula magica.

La formula di Jane Austen.

Appunto.”

E così l’autrice in questi brevi racconti viaggia sempre in bilico tra passato e presente per salvare quei ricordi, quegli istanti, quelle sensazioni che altrimenti andrebbero persi per sempre insieme a tutto ciò che di quei momenti si vorrebbe dimenticare; un viaggio a ritroso per trattenere, di quel passato, solo ciò che di bello è capitato…riassaporarne le emozioni, quelle belle, e portare quelle stesse sensazioni nel presente per ricavarne ancora felicità, proprio come in quell’esatto momento in cui quelle emozioni si sono manifestate.

“Ricordate del passato 

solo ciò che vi fa piacere”

Con questa sua frase Jane Austen ci consegna la formula per custodire del passato solo ciò che “ci permette di addormentarci la sera con il cuore sereno e una copertina calda sulle spalle”.

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Continuare a piantare il seme della memoria: si può parlare di Shoah ai bambini?

Continuare a piantare il seme della memoria: si può parlare di Shoah ai bambini?

di Simona Perosce

Desidero dedicare il numero di LibrInMente di questo mese all’interno di T-Generation alla “Giornata della memoria”, che ricorre ogni anno il 27 gennaio ed ho deciso di raccontarla ai più piccoli, mostrare proprio ai bambini quale sia il suo significato più profondo da rinnovare sempre, continuando a “piantare il suo seme” per non dimenticare. Mi sono interrogata su quale dei libri letti sull’argomento potesse ricadere la mia scelta e un’immagine che è partita direttamente dalla mia pancia o forse da più su, dal cuore, ha fugato qualsiasi incertezza: L’albero di Anne, di Irene Cohen di Janca, illustrazioni di Maurizio Quarello, traduzione di di Paolo Cesari, casa editrice Orecchio Acerbo.
Le sue radici, il fusto marrone e i suoi rami mi sono restati impressi da quando li ho visti, tre anni fa in questo stesso periodo, per la prima volta sulla copertina del libro che mi consigliò e che prese dallo scaffale, insieme ad altri sul tema, la bibliotecaria alla quale mi ero rivolta per fare una ricerca bibliografica sull’ Olocausto nella letteratura per l’infanzia. Da quel momento mi sono innamorata di questo libro.
Si può parlare di Shoah ai bambini? Per Irene Cohen -Janca e Maurizio Quarello sì ed hanno deciso loro stessi di farlo ne L’albero di Anne, pubblicato dalla casa editrice per l’infanzia “Orecchio acerbo”, un bellissimo albo illustrato che ha come protagonista un ippocastano.
“Nelle città di rumore e polvere io sono quello che per primo annuncia la primavera. In aprile si schiudono le gemme e con lo stesso slancio sbocciano i miei fiori e le mie foglie. Io sono un ippocastano.”
Vi starete chiedendo, cosa avrà mai a che fare un albero con la Shoah? Possiamo intuirlo dal nome “Anne” presente nel titolo, si tratta infatti dell’ippocastano che la piccola Anne Frank vedeva dal lucernario della soffitta di Amsterdam, in Olanda, in cui fu rinchiusa con la sua famiglia il 6 luglio del 1942, rimanendovi per due anni.
Durante questo lento e lungo periodo di esilio forzato la bambina sbirciava tutti i giorni la vita fuori dal suo rifugio, ma l’unica realtà esterna che potesse osservare, facendole compagnia e riuscendo a farle vivere, nonostante la “chiusura”, l’alternarsi delle stagioni grazie ai cambiamenti del suo fogliame, era proprio l’ippocastano del giardino al numero 263 di Prinsengracht, ad Amsterdam.
“Il nostro ippocastano è in piena fioritura dalla testa ai piedi, pieno di foglie e molto più bello dell’anno scorso” e ancora “aprile è proprio un mese splendido, non troppo caldo e non troppo freddo, con pioggia ogni tanto. Il nostro castagno è già verde e qua e là si vede perfino qualche candelina” scrive la tredicenne Anne nel suo diario, ritrovato dopo la sua morte per tifo avvenuta nel lager di Bergen-Belsen e diventato, dopo il ritrovamento, un libro attraverso il quale tutti noi abbiamo conosciuto la storia di questa ragazzina le cui riflessioni danno un significato ancora più profondo e importante alla memoria (se non lo avete ancora letto vi consiglio di farlo: Il diario di Anne Frank).
“La intravedevo appena, dietro il lucernario della soffitta del palazzo di fronte. Curva a scrivere fitto fitto, quando alzava gli occhi il suo sguardo spaziava l’orizzonte. A volte però si fermava sui miei rami, scintillanti di pioggia in autunno, rigogliosi di foglie e fiori in primavera. E vedevo il suo sorriso. Luminoso come uno squarcio di luce e speranza in quegli anni tetri e bui della guerra. Fino a quando, un giorno d’estate, un gruppo di soldati -grandi elmetti e mitra in pugno- la portò via. Per sempre.”
L’albero è ancora lì, anche se a causa di una malattia sarà abbattuto, ma la sua vita non finirà, perché la morte cos’altro è se non una fase del ciclo della vita in cui avviene una trasformazione?
“Dicono che sotto la mia corteccia, insieme con i ricordi, si siano intrufolati funghi e parassiti. E che forse non ce la farò. Sì, sono preoccupato per le mie foglie, per il mio tronco, per le mie radici. Ma i parassiti più pericolosi sono i tarli, i tarli della memoria. Quelli che vorrebbero intaccare, fino a negarlo, il ricordo di Anne Frank.”Per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio, può sembrare banale ma è esattamente così e lo vediamo anche attraverso l’alternanza ciclica tra le stagioni. Un piccolo ramo sarà piantato per far rinascere l’ippocastano affinché la memoria di ciò di cui è stato testimone resti all’interno di ogni sua particella ed anche un po’ dello sguardo pieno di amore che ha ricevuto dal luglio 1942 al 1944 da parte di una bambina di nome Anne che non perse mai la speranza nella rinascita di un mondo migliore.
Un libro poetico, pervaso da grazia e delicatezza nel testo e nelle immagini, che consiglio a bambini della scuola primaria accompagnati in questa lettura da adulti attenti e sensibili che siano in grado di far loro esplorare con consapevolezza questa storia, accogliendo le loro emozioni e la loro voglia di conoscere e capire, perché come dice Liliana Segre: “La memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza”.

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