Maestre – la lettura come passione collettiva: i book club indipendenti

La lettura come passione collettiva: i book club indipendenti

I gruppi di lettura indipendenti sono comunità di lettori che condividono riflessioni, emozioni e idee intorno a un libro scelto collettivamente. A differenza dei circoli organizzati da librerie o biblioteche, questi gruppi nascono spesso dall’iniziativa di singoli appassionati e si sviluppano in autonomia, creando spazi di confronto libero e partecipativo.

La loro storia ha radici lontane: i primi esempi di gruppi di lettura risalgono al XVIII secolo, quando circoli letterari e società di mutuo soccorso promuovevano la diffusione della cultura tra le classi meno abbienti. In Italia, la tradizione si è consolidata nel Novecento grazie all’impegno di biblioteche pubbliche e associazioni culturali. Oggi, con l’avvento dei social network, molti gruppi si organizzano online, ampliando il pubblico e favorendo scambi tra lettori di diverse città e nazioni.

Uno degli aspetti più interessanti di questi incontri è la lettura ad alta voce, una pratica che migliora la comprensione del testo, stimola l’ascolto attivo e rafforza il senso di comunità tra i partecipanti. Studi dimostrano che leggere ad alta voce aiuta a sviluppare l’empatia e il pensiero critico, rendendo l’esperienza letteraria più coinvolgente e profonda.

Tra le iniziative più recenti nel panorama dei gruppi di lettura indipendenti, spicca quella di Scambiamente, che con il suo gruppo di lettura “Una stanza tutta per sé”, in collaborazione con il Centro Culturale Multiplo di Cavriago, ha aderito al BOOK CLUB DIFFUSO ideato da Carolina Capria. Questa iniziativa nasce in occasione della pubblicazione del libro Maestre (uscito il 14 gennaio) e invita i lettori a esplorare il ruolo delle eroine della letteratura attraverso cinque incontri dedicati a cinque autrici e ai loro capolavori.

Gli appuntamenti si terranno all’Atelier del Centro Culturale Multiplo di Cavriago (RE), in via della Repubblica 23, alle ore 15, secondo il seguente calendario:

  • 16 marzo – Persuasione di Jane Austen;
  • 13 aprile – Jane Eyre di Charlotte Brontë;
  • 11 maggio – Via col vento di Margaret Mitchell;
  • 15 giugno – Amatissima di Toni Morrison;
  • Luglio (data da definirsi) – L’arte della gioia di Goliarda Sapienza.

Il Book Club è aperto a coloro che desiderano confrontarsi e lasciarsi ispirare dalle protagoniste di questi grandi romanzi e dalle loro autrici.

Si tratta di un’occasione preziosa per riscoprire la letteratura come strumento di crescita, scambio e ispirazione, all’interno di una comunità che condivide la passione per i libri.

Maestre
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la Biblioteca di Vigatto

LA BIBLIOTECA SAN GIOVANNI BOSCO DI VIGATTO: SCRIGNO DI LIBRI E OPERE LETTERARIE…E TANTO ALTRO

La magia di certi incontri è potente e bellissima! Scambiamente ha incontrato tante persone speciali in questi sette anni di vita, alcune delle quali sono diventate volontarie dell’associazione. Una di queste è Mila che con le sue bellissime letture ad alta voce anima spesso i nostri eventi, per la gioia di grandi e piccini. Mila è impegnata attivamente in un’altra realtà vicina al nostro territorio e che è diventata amica di Scambiamente: la Biblioteca San Giovanni Bosco di Vigatto, è la coordinatrice infatti dello staff del Papiro che ha in gestione la biblioteca. Ecco la sua storia. Buona lettura!

2015-2025

Lo Staff “ILPapiro”, con il concerto “Parole e Voci: intreccio di bellezza”, tenutosi nella chiesa di Vigatto il 12 gennaio, ha iniziato i festeggiamenti per il decimo anniversario della Biblioteca “San Giovanni Bosco”.

Un sogno si realizza: come?

2015:” Bricocenter” indice il concorso “Insieme per il quartiere.”

Grazie alla partecipazione voluta da Don Crispino e dai Consiglieri di Quartiere, Mainardi Stefano, Oscar Pioli e Salzano Cristian, si vincono mille euro con gli arredi necessari. Tutto ciò è la spinta necessaria per trasformare un piccolo ex fienile, in uno spazio colorato, luminoso, accogliente che diventa Biblioteca…la realizzazione di un sogno!!!!

E’ l’esito di un’opera corale per l’impegno profuso da tante persone (non solo dagli addetti ai lavori), alcune di loro, oggi, non più giovanissime.

Nasce anche il gruppo dei volontari “Il Papiro”, l’anima di questo luogo.

La parola BIBLIOTECA ha un significato particolare; l’etimologia ci consegna un’immagine preziosa” scrigno di libri e opere letterarie”; attraverso i libri l ‘Umanità si svela!

La nostra biblioteca, dal punto di vista strutturale è piccola, ma “affollata” per tutti gli incontri promossi e” vivace” per le numerose iniziative proposte.

Non è solo luogo di deposito e scambio di libri, ma luogo per informarsi. produrre e generare conoscenze.

La sua presenza, accanto ad altre realtà attive in parrocchia, è tassello e motore di una comunità, perché è scambio culturale e luogo di socialità condivisa.

In linea con il passato, le linee guida della programmazione, riguardano diversi percorsi, quali:

  • LA MAGIA DELLE STORIE. In collaborazione con “Le Voci delle Formiche”, “Le Bibliovoci “e “Scambiamente”, si attivano laboratori di letture ad alta voce per l’infanzia e anche per le classi della scuola primaria, per diffondere il piacere e la passione della lettura di testi italiani, stranieri, anche in lingue diverse.
  • LA MAGIA DELLE MANI: per valorizzare la creatività di manufatti artistici per i mercatini di Natale e Pasqua, con corsi di uncinetto.
  • LA MAGIA DELL’ARTE: con il progetto ”Da Vicus Catuli a Vigatto”. In collaborazione con il gruppo” I Mambruconi” (un gruppo di appassionati d’arte), si sono organizzati due eventi per “dare voce” al patrimonio artistico di quadri e oggetti sacri presenti nella nostra Chiesa, con la guida dell’esperta Eles Iotti
  • TEATRO, CHE PASSIONE, per diffondere negli adolescenti e poi negli adulti la gioia di fare teatro con la preziosa guida dell’attrice Franca Tragni. In questi anni, si è costituita la compagnia “I Minolli del Campanile “, un gruppo di quindici persone, attualmente impegnato nel laboratorio artistico, il cui esito verrà presentato a maggio al teatro Magliani di Corcagnano
  • LE CHIACCHIERE CHE FANNOSTAR BENE, incontri con Formatori
  • INCONTRO CON AUTORI, per presentare le loro produzioni letterarie e poetiche.

Questa realtà vive per la forza del Volontariato: ogni persona continua a regalare il proprio tempo, con il suo pensare, fare e condividere in una circolarità che fa bene a chi dona e a chi riceve. A ciascuno di loro desideriamo rivolgere un grazie sincero, perché la biblioteca, senza il dono del” tempo individuale” non potrebbe continuare a esistere.

La Biblioteca, come qualsiasi biblioteca è uno Scrigno in cui si coltiva la Bellezza delle Parole, dell’Agire e dell’Incontro. La bellezza è un’esigenza, abita le nostre anime, è la colonna sonora della vita e come tale va difesa, coltivata e condivisa, perché, siamo convinti che” La Bellezza salverà il mondo”, come affermava lo scrittore Fedor Dostoevskij!

Mila Scarmiglia, coordinatrice Staff “Il Papiro”, formato da Beatrice Baraldi,Fausta Bertolotti, Barbara Bianchi,  Pierina Bonimelli, Daniela Malanca, Patty Remondini,  Lorena Scaffardi e Don Crispino.

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2 novembre: quando il ricordo diventa rito

2 novembre: quando il ricordo diventa rito

di Francesca Biavardi

 

Il 2 novembre non è semplicemente una data sul calendario. È un momento di connessione profonda tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, un ponte fatto di memoria, rispetto e amore.

Il giorno di Commemorazione dei Defunti è un rito collettivo che attraversa culture e generazioni, un momento in cui la comunità si riunisce per onorare coloro che non sono più fisicamente con noi.

Ho scoperto che ci sono usi particolari per ricordare i defunti a seconda del luogo geografico in cui si vive:
– in Lombardia tra la notte del 1 e del 2 novembre viene posto in cucina un vaso di acqua per far dissetare i morti
– in Friuli viene lasciato un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane
– in Piemonte viene lasciata la tavola apparecchiata e il focolare acceso mentre vengono fatte suonare le campane per richiamare i morti
– in Abruzzo si lasciano tanti lumini accesi alla finestra quante sono le anime care passate oltre la soglia
– in Sicilia la tradizione coinvolge i bambini che, se hanno fatto i buoni, riceveranno doni dai morti che troveranno nascosti sotto il letto

Dietro questi riti c’è qualcosa di più profondo: il bisogno umano di elaborare il distacco, di mantenere una connessione con chi non c’è più.

Il mio personale viaggio nel lutto
Per la mia famiglia, nel Giorno dei Morti, si andava tutti insieme a pregare sulle tombe dei nostri cari. Da bambina lo chiamavo il CimiTour perché dovevamo fare visita in poco tempo a tanti cimiteri, rispettando gli orari delle funzioni. Era una corsa contro il tempo emozionante. Era poi una di quelle poche occasioni in cui ci si ritrovava con amici e parenti che non si vedevano da tempo.

Oggi, da adulta e dopo aver vissuto la morte improvvisa di Anna, mia nipote, ho cambiato modo di vivere questa giornata: non amo più fare le corse ai cimiteri, ma visitarli con calma, soffermandomi sui miei cari, ma anche su chi è sepolto nello stesso luogo.
Con mio figlio, abbiamo scoperto tombe che accolgono le spoglie di persone vissute nel 1800. Non le avevamo mai notate nella fretta delle visite degli anni scorsi. Ci siamo presi il tempo di osservarne le foto, di decifrare i nomi ormai consumati, incisi sulla lapide, di leggere un elogio funebre sbiadito, di osservare le sculture poste a decorazione di quelle lapidi.

Ci siamo presi il tempo di osservare chi c’era intorno ai nostri cari, di immaginare chi potessero essere quelle persone e, a modo nostro, di tenerne vivo il loro ricordo.
Siamo sempre tanto travolti dal fare, che ci dimentichiamo di soffermarci a osservare.

Si, anche mio figlio Simone viene a fare visita ai cimiteri. Ho scelto di coinvolgerlo sempre quando si parla di lutto, 6 anni fa, quando è morta mia nipote, sua cugina.
Il mio modo di vivere il Giorno dei Morti è cambiato il 21 Ottobre 2018, quando mia nipote Anna muore in un incidente stradale.
Io, maniaca del controllo, non avevo previsto di poter vivere un evento del genere e disperazione, rabbia, senso di colpa, impotenza, si sono accomodate in me in modo prepotente, senza tanti convenevoli.  Mi sentivo paralizzata, incredula, incapace di capire perchè a lei e non a me. Aveva 16 anni, una vita davanti ricca di esperienze, lotte per i suoi ideali, passioni, errori e scoperte.

La mia convinzione “Si muore da vecchi” era stata completamente stravolta.
Sono andata in frantumi. Quello che stavo vivendo era innaturale e inaccettabile.

In più vivevo con l’assoluta determinazione a voler proteggere mio figlio da tutto quel dolore: Simone aveva 5 anni…

E’ stato un periodo buio nel quale alternavo momenti in cui ero fredda e distaccata, ad altri in cui ero persa, disorientata, incapace di capire se ero più arrabbiata, disperata o disarmata.

Il valore più grande di quei giorni sono state le persone, conosciute o sconosciute, vicine o lontane, presenti o assenti nella mia vita, TUTTE, insieme, hanno circondato me e la mia famiglia di un affetto forte, saldo che ci ha permesso di sopravvivere.

A distanza di un anno da quella tragedia, ho capito che volevo contribuire a togliere quel velo di tabù che ricopre il tema del lutto; volevo aiutare le persone a confrontarsi e piangere il loro dolore senza pudore e a sentirsi più pronte nell’affrontare questo argomento con i bambini.

Ho iniziato così a studiare, approfondire e a occuparmi di Death Education. Volevo parlare di lutto perché se facciamo amicizia con la nostra finitezza e ci confrontiamo su quello che questa consapevolezza genera in mente e cuore, saremo capaci di vivere ogni sfumatura della vita, bianca o nera, ombrosa o lucente, cupa o colorata.

Se sono qui oggi a parlarti di lutto è grazie ad Anna che mi ha insegnato che è importante Educare alla morte per imparare la vita.

No, non è facile, ma ho un debito con mia nipote: io sono qui e ho il dovere di onorare la vita e di sostenere chi non ha ancora fatto amicizia con il dolore della perdita, con il vuoto che lascia chi se ne va.

Voglio essere un modello di dialogo aperto e sincero sul tema della morte. Osservando me, mio figlio comprenderà che possiamo parlare anche di un tema così difficile e sarà più propenso a confrontarsi su quello che prova. Ecco perché viene nei cimiteri. Scabroso? No, semplicemente un bagno di realtà!
La morte ci spaventa perché è definitiva, ma quello che voglio insegnare a Simone è che se coltiviamo il ricordo, tramandiamo i nostri valori e le nostre tradizioni, non moriremo mai veramente.
Penso sia importante avere un luogo fisico nel quale ritrovare chi abbiamo amato e non c’è più e vivere questi luoghi con i nostri figli, per lasciargli in eredità quei piccoli riti che gli permetteranno di colmare un poco il senso di mancanza che sentiranno quando non ci saremo più nel corpo.
Credo poi fondamentale che il ricordo venga coltivato nella quotidianità, nei piccoli gesti e pensieri che ci accompagnano durante le nostre giornate.

Le storie come ponte tra dolore e guarigione
Nel mio percorso di elaborazione del lutto, ho scoperto che non solo i luoghi fisici, ma anche le storie possono diventare ponti preziosi tra noi e chi non c’è più. I libri, in particolare, possono trasformarsi in spazi sicuri dove esplorare il nostro dolore, trovare conforto e dare voce a emozioni che spesso sembrano inesprimibili.

Con mio figlio, proprio come esploriamo le storie nascoste nelle lapidi del cimitero, abbiamo iniziato a esplorare storie scritte nelle pagine dei libri. Storie che parlano di perdita, di amore che supera il tempo, di ricordi che diventano tesori. Ci siamo presi il tempo di leggere insieme, di fermarci sulle parole che ci toccavano il cuore, di parlare di ciò che quelle parole smuovevano dentro di noi.

Il potere curativo delle parole
Le parole possono diventare piccole luci di speranza. A volte sono parole di altri che hanno attraversato lo stesso dolore che ho vissuto io, altre volte sono storie di personaggi tra le pagine, che vivono perdite simili alla mia. Ogni pagina letta diventa uno specchio dove riconoscere il proprio dolore e, allo stesso tempo, intravedere la possibilità di andare avanti.

Ecco perché ho scelto di utilizzare i libri come strumenti di trasformazione del forte dolore legato alla perdita, all’interno dei miei percorsi di Libroterapia per adulti e nei laboratori per bambini.
Ed è per lo stesso motivo che ti suggerisco nel mio sito e nel mio Podcast titoli di libri utili ad affrontare il tema del lutto da un nuovo punto di vista, a trasportarti verso il cambiamento e la conoscenza di te, del tuo dolore dolore, ma anche dei valori e degli strumenti che possiedi e che ti aiutano a tornare a sperare dopo un lutto.
Le storie ci permettono di:
– affrontare il tema della morte in modo delicato ma onesto anche con i bambini
– dare un nome alle emozioni difficili
– trovare conforto nelle esperienze di altri
– creare momenti di dialogo sicuri e protetti
– mantenere viva la memoria di chi non c’è più
– creare spazi di dialogo sicuri con i nostri bambini
– trovare parole quando le nostre sembrano insufficienti
– costruire ponti tra il mondo del “prima” e del “dopo”
Il 2 novembre è un invito a celebrare le storie, le vite, i legami che continuano a vivere attraverso il nostro ricordo. E attraverso le parole che scegliamo di leggere e condividere.

“Ricordare è un atto d’amore che tiene viva l’essenza di chi abbiamo amato, e le storie sono il ponte che ci permette di attraversare il fiume del dolore, un passo alla volta.”

Francesca Biavardi
il mio sito: www.francescabiavardi.it
mi trovi anche su IG e FB come francesca.biavardi
il mio Podcast: Luttoh – Educare alla morte per imparare la vita

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Passaggio in ombra

Passaggio in ombra

di Maria Teresa Di Lascia

di Simona Perosce

 

“Nella casa dove sono rimasta, dopo che tutti se ne sono andati e finalmente si è fatto silenzio, mi trascino pigra e impolverata con i miei vecchi vestiti addosso, e le scatole arrampicate sui muri scoppiano di pezze prese nei mercatini sudati del venerdì. Ormai sono libera di non prenderne neanche uno, e ho tutta la mattina per stare in mezzo alle baracche a rovistare a piene mani, fra stoffe colorate e sporche che qualcuno, per sempre sconosciuto, ha indossato tanto tempo fa”.

Così inizia “Passaggio in ombra”, libro pubblicato da Feltrinelli nel 1995, vincitore del premio Strega nello stesso anno. L’autrice, Mariateresa Di Lascia, politica del partito radicale, attivista e giornalista scomparve pochi mesi prima, nel settembre 1994, a soli quarant’anni: il secondo caso di vittoria postuma dall’istituzione dello Strega nel 1947. Era già successo nel 1959 con “Il gattopardo”, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Nel 2023 è accaduto con “Come d’aria” (Elliot) di Ada D’Adamo, scomparsa due giorni dopo essere entrata nella dozzina della LXXVII edizione del più ambito riconoscimento letterario italiano.

Siamo nel secondo dopoguerra, la storia ambientata a Rocchetta Sant’Antonio (Foggia), paesino dell’Appennino Dauno che ha dato i natali alla scrittrice, racconta le vicende della protagonista, che è la voce narrante, Chiara D’Auria (alter ego di Mariateresa) e della sua famiglia di origine. La narrazione, dal ritmo lento e pacato, come lente sono le giornate che scandiscono le vite degli abitanti di Rocchetta Sant’Antonio, scorre con uno stile intimo, riflessivo, introspettivo. La scrittura di Mariateresa Di Lascia è semplice, intensa e delicata in questo romanzo di formazione che è anche un racconto corale: attraverso la voce di Chiara ascoltiamo il canto di un’intera comunità con i suoi personaggi rumorosi e prepotenti come Tripoli, decisi e fieri come donna Peppina Curatore, indolenti e affettuosi come Giuppina. Le chiacchiere di paese non risparmiano nessuno, neanche Anita, madre di Chiara, l’ostetrica venuta da fuori che tutti chiamano la “mammana”. La bella Anita, con la sua rigorosa discrezione, il suo pudore, l’altruismo, l’amore per la figlia ed il coraggio incarna i tratti luminosi e struggenti dell’eroina. Francesco D’Auria, il padre di Chiara, è luce e ombra per lei.

“Quando aveva pensato a cosa sarebbe stata la sua vita, a quale forma si sarebbe piegata ad avere, se mai ne avesse avuta una, aveva sentito qualcosa ribellarsi dentro sé, come per una insopportabile imposizione. Allora aveva avuto un solo desiderio: conservare il più a lungo possibile, forse per sempre, la libertà di non avere nessuna forma.”

Il mio incontro con Mariateresa Di Lascia è tardivo, l’ho scoperta poco tempo fa grazie ad un libro che citandola al suo interno ha sollecitato la mia curiosità, “In Puglia”, scritto da Piero Meli, pubblicato da Giulio Perrone editore (collana Passaggi di dogana). Il capitolo su Rocchetta sant’Antonio racconta l’incontro casuale dell’autore con il romanzo che meritò lo Strega nel ‘95.

“Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita.”

Mariateresa Di Lascia ha dedicato i suoi ultimi anni di vita, oltre all’attività politica e alle battaglie civili, alla scrittura di questo romanzo in cui ha messo tutta sé stessa, tanto che leggendolo si ha la sensazione che si tratti della sua autobiografia. Il libro è diviso in due parti, “L’audacia” e “Il silenzio” ed è proprio quest’ultimo l’approdo atteso dalla protagonista per placare il caos, il suo atto di ribellione al rumore assordante, alle molteplici voci del Meridione in cui è cresciuta. Il silenzio è ricerca artistica in Mariateresa, che prima di congedarsi dalla vita ha lasciato come contributo al patrimonio letterario italiano, la voce solitaria di Chiara D’Auria che racconta con disarmante bellezza il suo passaggio in ombra.

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La Magia della Stanza

La magia della stanza

di Simona Perosce

 

“Eravamo quattro amici al bar

che volevano cambiare il mondo.”

canta Gino Paoli in una delle sue canzoni più famose.

In una fredda serata d’inverno inoltrato (era febbraio) anche io, Lisa, Elisa e Federica eravamo intorno ad un tavolo a condividere una cena e a raccontarci storie vecchie e nuove, progetti in corso e da sviluppare. Se, come un detto recita, “la fame vien mangiando”, anche le idee nascono parlando e le nostre conversazioni, si sa, per lo più gravitano intorno ai libri, letti, da leggere, da divulgare, da scambiare, da raccontare. Anche quella sera una parola tirava l’altra e un’idea pronunciata quasi per caso nel flusso del nostro discorrere, si trasformava velocemente in qualcosa di più e ci incoraggiava a proseguire per darle forma.

Da quella scintilla accesa durante una cena tra amiche, (chiamiamola pure alchimia) in una uggiosa serata invernale, nasce Una stanza tutta per sé, il gruppo di lettura di Scambiamente. Abbiamo scelto questo nome traendo ispirazione dall’omonimo saggio di Virginia Woolf, considerato il suo manifesto femminista.

“Se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.”

(Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf).

 

È il nostro omaggio alla scrittrice. Questo libro fa parte della nostra storia grazie all’incontro con Patrizia Fratus che, con la sua opera visionaria e originale Virginia per tutte (scoprila visitando il sito www.virginiapertutte.it), alla cui realizzazione anche Scambiamente ha partecipato, ci ha regalato l’occasione per leggerlo (o rileggerlo).

“Che cosa significa la realtà? Sembra essere qualcosa di molto impreciso, che ora si può trovare in una strada polverosa, ora in un pezzo di carta sul marciapiede, ora in un narciso al sole. Illumina un gruppo in una stanza e incide una parola che è stata detta a caso. Ci sopraffà mentre torniamo a casa, camminando sotto le stelle, e fa sì che il mondo silenzioso diventi più reale di quanto non sia il mondo delle parole.”

(Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf).

 

Ci piace vivere Scambiamente come un laboratorio permanente, un contenitore di idee con lo scopo principale di promuovere la lettura, rendendola una pratica diffusa.

L’obiettivo di questo nuovo progetto letterario in divenire è coltivare relazioni di amicizia con leggerezza, condividendo libri, pensieri, idee.

La sede degli incontri è: ovunque! Il gruppo non ha fissa dimora. È itinerante. Ogni volta si sceglie un luogo diverso. Siamo noi a creare la stanza o meglio, la stanza siamo noi!

Il gruppo è aperto a chiunque abbia un’età dai 18 anni in su e nutra la passione per la lettura. La partecipazione è gratuita.

Gli incontri hanno cadenza mensile. Per favorire la partecipazione attiva e la diversità nelle scelte dei libri, abbiamo adottato un sistema di rotazione della leadership. In tal modo ogni partecipante è incoraggiata/o a guidare la discussione in almeno un incontro durante l’anno.

Il gruppo è dinamico: temi, titoli, generi letterari, autori, case editrici, filoni o altri criteri sono proposti di volta in volta per garantire una varietà di esperienze di lettura, andando a toccare nel tempo i diversi rami della letteratura, nel rigoroso rispetto dei dieci diritti del lettore elencati da Daniel Pennac (tratti dal libro Come un romanzo):

  1. Il diritto di non leggere
  2. Il diritto di saltare le pagine
  3. Il diritto di non finire il libro
  4. Il diritto di rileggere.
  5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa
  6. Il diritto al bovarismo
  7. Il diritto di leggere ovunque
  8. Il diritto di spizzicare
  9. Il diritto di leggere ad alta voce
  10. Il diritto di tacere

Da marzo ad oggi il gruppo si è riunito tre volte. Lo scorso mese abbiamo sperimentato per la prima volta un incontro en plein air.

 

Perché partecipare? Perché è magico e divertente creare insieme la stanza, si scoprono nuovi libri, nuovi autori ed è come stare intorno ad un fuoco a raccontarsi storie. Del resto, tutti noi cos’altro siamo se non storie?

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La libreria delle storie sospese

La libreria delle storie sospese

di Cristina di Canio

recensione di Federica Merli

“Qui, tra i sogni, le storie si moltiplicano. Da quando un cliente ha avuto l’idea di lasciare un libro in regalo per l’avventore successivo, il locale si è riempito di persone. Così tutti hanno almeno una storia da regalare agli altri e tutti vogliono lanciare un messaggio, parlare, incontrarsi. E magari anche innamorarsi. 

 

Ho scelto di leggere questo libro affascinata da quell’aggettivo “sospese” che accompagna le storie e dall’idea che evoca, quella di lasciare storie per altri lettori, storie tanto amate da desiderare fortemente che un altro ne possa assaporare la bellezza. 

Nella libreria di Nina, una libreria indipendente un luogo che definiresti magico, piccolo e accogliente, dalle pareti lilla, si possono lasciare libri sospesi che vengono acquistati da qualcuno per essere regalati al cliente successivo, accompagnati da una dedica che spiega il motivo di quella scelta. 

In questa libreria si incontrano tante storie, quelle di chi entra per scegliere un libro, di chi si lascia guidare, nella scelta, dai consigli di Nina, sempre pronta ad accogliere con gentilezza chi entra nella sua libreria; di chi si innamora grazie a un libro; ma anche storie di quartiere, di amicizie… 

 

Qui, in questa “scatola lilla” abitata dai libri, la vita di Nina, una ragazza che ha mollato tutto per aprire questa minuscola libreria, si intreccia a quella di Adele, un’amica avanti negli anni, arrivata al Nord tanti anni fa, negli anni del dopoguerra, accanto a suo marito Domenico. 

Adele che, da quando non c’è più Domenico, per combattere la solitudine, si rifugia nella libreria di Nina e, presenza silenziosa, seduta sulla poltrona vede passare la vita, la sua, quella di Nina e quella di tutte le persone che entrano in libreria, la osserva e la racconta. 

 

È proprio di Adele, la voce narrante del romanzo, è lei che ci racconta la storia di Nina, dei suoi amori disastrosi, dei suoi incontri, dei suoi aneddoti. 

E gli occhi con cui Adele guarda Nina sono gli occhi materni di una donna che rivede in quella giovane ragazza la propria vita e, così, il passato di Adele si fonde con il presente di Nina in un racconto che ti incanta e ti fa sognare pagina dopo pagina.

 

Finito il libro vorrete anche voi, come me, entrare nella libreria di Nina, respirare aria di famiglia seduti su una poltrona, circondati da pareti lilla a sfogliare un libro…magari lasciato in sospeso proprio per voi.  

E chissà che un giorno non possiate farlo, magari andando a trovare Cristina di Canio, autrice del libro, nella sua libreria “Il mio libro”, una libreria dalle pareti lilla, una libreria indipendente in via Sannio, a Milano, nella periferia sud della città, un posto speciale dove le persone non sono semplici, anonimi clienti, “ma lettori, amici, vicini, con un volto e una storia”. 

 

Nella sua “scatola lilla” Cristina organizza incontri con gli scrittori e rassegne, consiglia libri e ne parla a tutto tondo, fedele a quel sogno che l’ha spinta a fare il grande salto, quello di lasciare “il posto fisso” per inseguire il sogno di Cristina bambina che alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?”, ha sempre risposto “La libraia!”. 

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Accogliere è come respirare

Accogliere è come respirare

di Simona Perosce

Uno degli aspetti più belli di avere amiche che condividono con te la passione per i libri, è l’opportunità di scoprire pagine che chissà, forse non avresti mai sfogliato

Caterina da quando è in pensione fa la volontaria in una piccola biblioteca di Parma.

È felice di avere finalmente molto tempo a disposizione per dedicarsi ai suoi interessi: leggere, andare a teatro e al cinema, visitare musei, viaggiare.

Grazie a lei è avvenuto il mio incontro con un libro che amo e al quale torno spesso in questi giorni a pensare, per ritrovare la speranza.

Un giorno della scorsa estate mi ha raccontato di aver proposto alla biblioteca di quartiere in cui è volontaria, la creazione di un piccolo gruppo di lettura coordinato da lei. Le ho domandato quale fosse il primo titolo scelto. “Nel mare ci sono i coccodrilli, di Fabio Geda” ha risposto.

A distanza di poche settimane ho ricevuto una donazione di libri per la rete di Book Croossing Scambiamente. Mentre li distribuivo, ne ho visto uno con la copertina blu e l’immagine di un ragazzino, in piedi sopra un coccodrillo, vestito di bianco, scalzo, con in mano una valigetta. Leggendo la scritta in alto ho pensato a Caterina: “Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari.” È proprio vero che alcuni libri sono destinati a noi, sanno come farsi scovare e trovano sempre il modo di raggiungerci! Così ho accolto queste nuove pagine che sono venute a cercarmi.

È stata una lettura intensa e toccante. È la storia vera del giovane profugo Enaiatollah, che in fuga da Nava, il suo paese natale in Afghanistan, è miracolosamente arrivato in Italia sano e salvo dopo quello che molti chiamano “il lungo viaggio della speranza”, all’inizio degli anni duemila.

È un romanzo di formazione con la struttura che a tratti è quella del monologo interiore e a tratti quella dell’intervista/chiacchierata tra Enaiat e Fabio Geda. L’autore è riuscito con delicatezza a farsi portare per mano dal ragazzo, passo dopo passo, nei corridoi intrisi di dolore della sua memoria, faticosi da ripercorrere. La narrazione è scorrevole. Le vicende sono raccontate con lo stile semplice di una voce bambina,  infantile e allo stesso tempo consapevole e colma di quella saggezza autentica, non ostentata, di un cuore che ha sofferto ma che non ha mai abbandonato la speranza di costruirsi una vita migliore, lontana dalla violenza e dalla repressione.

“Il fatto, ecco, il fatto è che non me l’aspettavo che lei andasse via davvero. Non è che a dieci anni, addormentandoti la sera, una sera come tante, né più oscura né più stellata, né più silenziosa o puzzolente di altre, con i canti di muezzin, gli stessi di sempre, gli stessi ovunque a chiamare la preghiera dalla punta dei minareti, non è che a dieci anni – e dico dieci tanto per dire, perché non è che so con certezza quando sono nato, non c’è anagrafe o altro nella provincia di Ghazni – dicevo: non è che a dieci anni, anche se tua madre prima di addormentarti, ti ha preso la testa e se l’è stretta al petto per un tempo lungo, più lungo del solito e ha detto: Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiat jan, per nessun motivo.”

Nell’incipit il protagonista racconta le tre regole che sua madre gli ha consegnato come mappa morale da seguire fedelmente durante il suo cammino.

Non drogarti, non usare le armi, non rubare.

Questi tre punti cardinali lo guideranno in questo viaggio e in tutta la sua vita.

“Anche se tua madre dice cose come queste e poi, alzando lo sguardo in direzione della finestra, comincia a parlare di sogni senza smettere di solleticarti il collo, di sogni come la luna, alla cui luce è possibile mangiare, la sera, e di desideri – che un desiderio bisogna sempre averlo davanti agli occhi, come un asino una carota, e che è nel tentativo di soddisfare i nostri desideri che troviamo la forza di rialzarci, e che se un desiderio, qualunque sia, lo si tiene in alto, a una spanna dalla fronte, allora di vivere varrà sempre la pena – be’, anche se tua madre, mentre ti aiuta a dormire, dice tutte queste cose con una voce bassa e strana, che ti riscalda le mani come brace, e riempie il silenzio di parole. Lei che è sempre stata così asciutta e svelta per tenere dietro alla vita, anche in quell’occasione è difficile pensare che ciò che ti sta dicendo sia: Khoda negahdar, addio.”

Enaiat partendo dall’Afghanistan fa diverse tappe prima di raggiungere l’Italia: Pakistan, Iran, Turchia e Grecia. Sopporta grandi difficoltà e dolori, lavora duro, scappa, si nasconde, cammina con perseveranza e coraggio, gioca, soffre, vede la miseria, assiste alla alla morte di molta gente, ma conosce anche persone gentili, trova amici.

Durante il suo viaggio incontra i trafficanti, sciacalli che si nutrono della disperazione delle migliaia di migranti che scappano dalla propria terra sopraffatta dalla brutalità. Nonostante tutto non perde mai la fiducia in sé stesso e  nell’umanità, anche grazie ad atti di generosità e buon cuore da parte di sconosciuti in cui si imbatte. Continua con caparbietà, pur nelle situazioni più buie, ad alimentare e tenere accesa quella fiammella, quel piccolo fuoco che si porta dentro chiamato speranza.

Oggi Enaiatollah vive a Torino, dove ha studiato e lavora.

In questi giorni più che mai penso a questo libro e a quanto sia attuale: molti profughi di tutto il mondo in fuga dalle dittature e dalle guerre coltivano il sogno di una vita migliore in Europa, viaggiano a piedi e con tutti i mezzi disponibili.

Pochi mesi fa i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan imponendo il proprio regime spietato, in barba ai diritti civili, sotto gli occhi sconcertati e inermi dei media e di tutti noi.

In Ucraina c’è una guerra in corso, l’ennesima che affligge il mondo. Milioni di uomini, donne e bambini ogni giorno abbandonano la propria casa e la propria terra in cerca di salvezza.

Eppure una speranza c’è, fatta di tanti piccoli gesti di gentilezza, empatia, coraggio, generosità, amore, altruismo. Una moltitudine di piccole gocce che tutte insieme possono fare la differenza e diventare un oceano chiamato pace. Enaiat ce lo ha mostrato nel racconto del suo viaggio, ecco perché Nel mare ci sono i coccodrilli è una lettura necessaria, che predispone all’accoglienza e all’ascolto di chi bussa alla nostra porta. Ci dà l’occasione di fare un esercizio importante: quello di mettersi nei panni di chi scappa per salvarsi. Aprire quella porta non è così difficile, non è impossibile.

Accogliere è un atto profondamente umano, naturale come respirare.

“Come si fa a cambiare vita così, Enaiat? Una mattina. Un saluto.

Lo si fa e basta, Fabio. Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.”

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La Formula di Jane Austen

La Formula di Jane Austen

commento di Federica Merli

Quando, in prima elementare, ho scoperto l’esistenza delle lettere, dei loro suoni; che le lettere unite tra loro formavano le parole e che le parole che vedevo stampate nei libri avevano un significato e che a pronunciarle una dopo l’altra veicolavano un messaggio…insomma da quando ho imparato a leggere e scrivere, non mi sono più fermata.

Divoravo libri e, pagina dopo pagina, visitavo mondi, conoscevo persone, provavo emozioni che rimanevano per sempre nella memoria.

In questi viaggi fantastici, in queste storie senza tempo ho conosciuto e letto i romanzi di scrittrici che nascondevano la loro vera identità dietro pseudonimi maschili perché, in quel tempo lontano, era sconveniente che una donna scrivesse.

Sconvolgente se pensiamo che oggi ognuna di noi può scrivere e pubblicare sui social qualsiasi pensiero anche accompagnandolo, perché no, da un selfie, mettendoci letteralmente la faccia…in quel tempo no, se una donna amava scrivere e provava a farlo, non poteva pubblicare col suo nome ma doveva nascondersi dietro nomi maschili, inventati.

È così che mi sono appassionata a queste donne, che sono state orgogliose di esserlo, che rivendicavano i loro diritti e il loro ruolo all’interno della società; scrittrici coraggiose, determinate, appassionate che ad ogni lettura ci parlano dell’importanza di essere se stesse!

Ho iniziato a leggere i loro romanzi, uno dopo l’altro: era il mio modo per ringraziarle, per dir loro che quei romanzi tanto desiderati, voluti e creati erano giunti fino a noi, erano diventati storie senza tempo, scritte in un passato lontano ma così audacemente moderne. Ho inaugurato il mio viaggio lasciandomi guidare da Emily Bronte, “Cime tempestose” e poi Jane Austen, “Orgoglio e Pregiudizio” …

Ed è proprio Jane Austen che ho incontrato, dopo tanto tempo, quest’anno, l’ho incontrata grazie ad una scrittrice che ha intrapreso un viaggio tra passato e presente lasciandosi guidare proprio da lei.

Quest’anno, durante le feste di Natale, mi sono imbattuta in un libro, il cui titolo ha catturato la mia attenzione e tutta la mia curiosità: “La formula di Jane Austen” di Francesca Tamani (Kriss Editore).

Ecco ritornare, in tutta la sua modernità la nostra Jane, a prenderci per mano e ad accompagnarci in un viaggio in cui il passato ha molto da insegnare al presente.

L’autrice del libro è Francesca Tamani, docente di lingua e letteratura inglese e francese nella scuola secondaria, che vive e lavora a Parma.

Questo suo libro è una raccolta di racconti brevi che partono da un aforisma di Jane Austen:

“Ricordate del passato 

solo ciò che vi fa piacere”

Una frase che l’autrice trasforma in “La formula di Jane Austen” che tutti noi dovremmo applicare alla vita di tutti i giorni fino a farla diventare un nuovo modo di vedere le cose.

“…ci trasciniamo, come un sacco pieno di pietre un passato ingombrante. Ricordi, rimpianti, rimorsi, persone, luoghi, emozioni che non ci vogliono abbandonare e che si insinuano nella nostra mente come un subdolo nemico che ci prosciuga energie. Per questo motivo dovremmo applicare la “formula” di Jane Austen e sbarazzarci di tutto quello che ci ha fatto soffrire, che ci ha umiliato e che ci ha resi fragili e insicuri. Dimenticare chi ci ha fatto piangere o chi non si è presentato a quell’appuntamento. Liberarci delle offese, dei torti subiti o dei pettegolezzi sussurrati sottovoce alle nostre spalle. Insomma, guardare al passato con occhi nuovi provando a salvare ciò che di bello ci è capitato e trarre da quei momenti una piccola gioia. Una sorta di barattolo della felicità dal quale pescare uno ad uno solo i momenti degni di essere ricordati, rivissuti, riassaporati.

Trattenere luoghi, profumi, sensazioni, pensieri che ci hanno procurato gioia e serenità mescolandoli insieme come in una formula magica.

La formula di Jane Austen.

Appunto.”

E così l’autrice in questi brevi racconti viaggia sempre in bilico tra passato e presente per salvare quei ricordi, quegli istanti, quelle sensazioni che altrimenti andrebbero persi per sempre insieme a tutto ciò che di quei momenti si vorrebbe dimenticare; un viaggio a ritroso per trattenere, di quel passato, solo ciò che di bello è capitato…riassaporarne le emozioni, quelle belle, e portare quelle stesse sensazioni nel presente per ricavarne ancora felicità, proprio come in quell’esatto momento in cui quelle emozioni si sono manifestate.

“Ricordate del passato 

solo ciò che vi fa piacere”

Con questa sua frase Jane Austen ci consegna la formula per custodire del passato solo ciò che “ci permette di addormentarci la sera con il cuore sereno e una copertina calda sulle spalle”.

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Continuare a piantare il seme della memoria: si può parlare di Shoah ai bambini?

Continuare a piantare il seme della memoria: si può parlare di Shoah ai bambini?

di Simona Perosce

Desidero dedicare il numero di LibrInMente di questo mese all’interno di T-Generation alla “Giornata della memoria”, che ricorre ogni anno il 27 gennaio ed ho deciso di raccontarla ai più piccoli, mostrare proprio ai bambini quale sia il suo significato più profondo da rinnovare sempre, continuando a “piantare il suo seme” per non dimenticare. Mi sono interrogata su quale dei libri letti sull’argomento potesse ricadere la mia scelta e un’immagine che è partita direttamente dalla mia pancia o forse da più su, dal cuore, ha fugato qualsiasi incertezza: L’albero di Anne, di Irene Cohen di Janca, illustrazioni di Maurizio Quarello, traduzione di di Paolo Cesari, casa editrice Orecchio Acerbo.
Le sue radici, il fusto marrone e i suoi rami mi sono restati impressi da quando li ho visti, tre anni fa in questo stesso periodo, per la prima volta sulla copertina del libro che mi consigliò e che prese dallo scaffale, insieme ad altri sul tema, la bibliotecaria alla quale mi ero rivolta per fare una ricerca bibliografica sull’ Olocausto nella letteratura per l’infanzia. Da quel momento mi sono innamorata di questo libro.
Si può parlare di Shoah ai bambini? Per Irene Cohen -Janca e Maurizio Quarello sì ed hanno deciso loro stessi di farlo ne L’albero di Anne, pubblicato dalla casa editrice per l’infanzia “Orecchio acerbo”, un bellissimo albo illustrato che ha come protagonista un ippocastano.
“Nelle città di rumore e polvere io sono quello che per primo annuncia la primavera. In aprile si schiudono le gemme e con lo stesso slancio sbocciano i miei fiori e le mie foglie. Io sono un ippocastano.”
Vi starete chiedendo, cosa avrà mai a che fare un albero con la Shoah? Possiamo intuirlo dal nome “Anne” presente nel titolo, si tratta infatti dell’ippocastano che la piccola Anne Frank vedeva dal lucernario della soffitta di Amsterdam, in Olanda, in cui fu rinchiusa con la sua famiglia il 6 luglio del 1942, rimanendovi per due anni.
Durante questo lento e lungo periodo di esilio forzato la bambina sbirciava tutti i giorni la vita fuori dal suo rifugio, ma l’unica realtà esterna che potesse osservare, facendole compagnia e riuscendo a farle vivere, nonostante la “chiusura”, l’alternarsi delle stagioni grazie ai cambiamenti del suo fogliame, era proprio l’ippocastano del giardino al numero 263 di Prinsengracht, ad Amsterdam.
“Il nostro ippocastano è in piena fioritura dalla testa ai piedi, pieno di foglie e molto più bello dell’anno scorso” e ancora “aprile è proprio un mese splendido, non troppo caldo e non troppo freddo, con pioggia ogni tanto. Il nostro castagno è già verde e qua e là si vede perfino qualche candelina” scrive la tredicenne Anne nel suo diario, ritrovato dopo la sua morte per tifo avvenuta nel lager di Bergen-Belsen e diventato, dopo il ritrovamento, un libro attraverso il quale tutti noi abbiamo conosciuto la storia di questa ragazzina le cui riflessioni danno un significato ancora più profondo e importante alla memoria (se non lo avete ancora letto vi consiglio di farlo: Il diario di Anne Frank).
“La intravedevo appena, dietro il lucernario della soffitta del palazzo di fronte. Curva a scrivere fitto fitto, quando alzava gli occhi il suo sguardo spaziava l’orizzonte. A volte però si fermava sui miei rami, scintillanti di pioggia in autunno, rigogliosi di foglie e fiori in primavera. E vedevo il suo sorriso. Luminoso come uno squarcio di luce e speranza in quegli anni tetri e bui della guerra. Fino a quando, un giorno d’estate, un gruppo di soldati -grandi elmetti e mitra in pugno- la portò via. Per sempre.”
L’albero è ancora lì, anche se a causa di una malattia sarà abbattuto, ma la sua vita non finirà, perché la morte cos’altro è se non una fase del ciclo della vita in cui avviene una trasformazione?
“Dicono che sotto la mia corteccia, insieme con i ricordi, si siano intrufolati funghi e parassiti. E che forse non ce la farò. Sì, sono preoccupato per le mie foglie, per il mio tronco, per le mie radici. Ma i parassiti più pericolosi sono i tarli, i tarli della memoria. Quelli che vorrebbero intaccare, fino a negarlo, il ricordo di Anne Frank.”Per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio, può sembrare banale ma è esattamente così e lo vediamo anche attraverso l’alternanza ciclica tra le stagioni. Un piccolo ramo sarà piantato per far rinascere l’ippocastano affinché la memoria di ciò di cui è stato testimone resti all’interno di ogni sua particella ed anche un po’ dello sguardo pieno di amore che ha ricevuto dal luglio 1942 al 1944 da parte di una bambina di nome Anne che non perse mai la speranza nella rinascita di un mondo migliore.
Un libro poetico, pervaso da grazia e delicatezza nel testo e nelle immagini, che consiglio a bambini della scuola primaria accompagnati in questa lettura da adulti attenti e sensibili che siano in grado di far loro esplorare con consapevolezza questa storia, accogliendo le loro emozioni e la loro voglia di conoscere e capire, perché come dice Liliana Segre: “La memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza”.

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